Principessa ritrovata dopo oltre un anno, viveva da senzatetto

(Websource/thesun.co.uk)

Ariane Lak, una presunta principessa multimilionaria di origini iraniane, è stata trovata per le strade di Milano mentre dormiva all’aperto, dopo oltre un anno dalla sua sparizione. Ad individuare la donna, che sostiene di essere una discendente della monarchia Qajar, è stato un detective privato assunto dalla sua famiglia. Ariane, laureatasi a Cambridge, era sparita nel nulla a gennaio del 2016 e l’ultima volta fu vista in un albergo. La 50enne si trovava in stato confusionale al momento del suo ritrovamento. L’associazione ‘Lucie Blackman Trust’, che sostiene le persone di origine britanniche vittime di casi imprevisti all’estero, ha dichiarato sul proprio sito web che Ariane si trovava in un hotel milanese quando se ne persero le tracce: “Un membro della sua famiglia aveva parlato alla direzione hotel il 6 gennaio 2016, dove fu confermato che la donna aveva lasciato quella struttura per trasferirsi in una nuova. Da quel momento non si seppe più nulla di lei, e la sua famiglia è rimasta in apprensione per tutto questo tempo”.

E’ ancora mistero

Un portavoce dell’organizzazione però ha confermato nella serata di ieri che la principessa è stata ritrovata viva. I media italiani descrivono Ariane come “una manager cinematografica molto facoltosa”. Il detective che l’ha trovata, un ex poliziotto albanese, afferma di aver centrato l’obiettivo mostrando la foto di Ariane a diversi senzatetto di Milano. Alcuni affermano di averla vista dormire sulle panchine, ed anche un parrucchiere ha affermato di ricordarsi di lei. Si ritiene che la Lak abbia perso la memoria in seguito ad una violenta rapina, e pare che alle prime domande rivoltegli dagli investigatori abbia risposto in modo vago, affermando di non ricordare nulla e di non poter spiegare cosa le sia successo: “Forse stavo camminando, sono stata assalita e derubata, e sono caduta a terra colpendo la testa. Sono innamorata di Milano. I residenti, i passanti e tanta altra gente mi hanno offerto aiuto ma non volevo, ho rifiutato. Per ottenere del cibo ho frugato nella spazzatura davanti a ristoranti ed alberghi”. Non è chiaro quando sia stata ritrovata Ariane e quali siano le sue attuali condizioni. Ariane Lak ha una linea di sangue franco-caucasica, ed oltre ad essere principessa erede della monarchia iraniana Qajar, è anche l’Altezza Reale della Caucasia con gradi di nobiltà anche in Europa.

S.L.

TUTTE LE NEWS DI OGGI
[embedded content]

Articolo precedenteStupro di Firenze, arrivano le scuse dell’Arma dei Carabinieri

Articolo originale su Direttanews.it

Studentessa s’inventa un finto stupro, il motivo è assurdo

(Websource/archivio)

Una studentessa che sognava di diventare agente di polizia è stata arrestata dopo aver mentito, affermando di essere stata violentata da un tassista. E dopo questa falsa accusa, la giovane Sophie Pointon ha letteralmente rovinato la vita dell’uomo. Il motivo del finto stupro sarebbe da additare al rifiuto del tassista di accettare una banconota di 10 sterline imbevuta di salsa di kebab. La ragazza ha mentito alla polizia dicendo che era stata attaccata dall’uomo, padre di cinque bambini, il quale l’avrebbe tenuta prigioniera per sei ore. Questi è invece un devoto musulmano, ma la vicenda ha fatto si che la sua reputazione ne uscisse fortemente danneggiata, al punto che gli amici ed i membri della sua comunità a Leeds lo avevano abbandonato. In più ci sono stati ulteriori problemi anche sul lavoro, con la revoca della licenza per quattro settimane. Cosa che ha significato restare per un mese senza stipendio. Davanti alla corte, il tassista ha affermato che da allora è restio ad accettare clienti donne, per paura di vivere di nuovo una situazione simile: “La ragazza che mi ha ingiustamente accusato ha la stessa età di mia figlia, davvero non capisco come abbia potuto farmi questo. Mi sento religiosamente inquinato da questa vicenda, e nessuno può fare niente per porre rimedio. Gli amici hanno chiuso qualsiasi rapporto con me”.

La verità viene a galla

Il procuratore Kate Bisset ha affermato in una sua relazione che il tassista aveva descritto Pointon come “estremamente ubriaca” al momento di salire sulla sua vettura, e di avergli gettato contro dei soldi intrisi di salsa ed olio una volta giunti a destinazione. Non contenta, la giovane aveva pure iniziato a vagare attorno al taxi aprendone le porte. In favore dell’uomo c’è la registrazione di una telefonata fatta presso il centralino che smista le richieste dei clienti per avere un taxi. Inoltre la corte ha scoperto che la testimonianza di Sophie Pointon era inventata di sana pianta studiando il percorso tracciato dal gps installato sulla macchina, che contraddiceva diversi aspetti raccontati dalla giovane. La quale è poi scoppiata in lacrime dichiarandosi infine colpevole. E’ stata condannata a 16 mesi di carcere, e qualsiasi speranza di entrare nella polizia per lei è svanita. Il giudice Christopher Batty ha accusato la giovane di aver creato un disservizio enorme a coloro che si rivolgono in tribunale per cercare la giustizia, oltre a generare un carico di stress insostenibile nei confronti del tassista.

S.L.

Articolo precedente“Io violentata da cinque soldati, con mio marito morto per difendermi”

Articolo originale su Direttanews.it

“Io violentata da cinque soldati, con mio marito morto per difendermi”

(Websource/dailymail.co.uk)

Migliaia di donne del Sudan meridionale hanno raccontato di terribili violenze e stupri che hanno subito durante la brutale guerra civile che da anni sta martoriando il paese africano. Una di loro in particolare parla di come è stata violentata da cinque soldati, circostanza che è costata la vita al marito, accoltellato a morte nel tentativo di difenderla. Un’altra dice invece di essere stata bendata e spogliata, per poi subire gli abusi sessuali da tre militari con il suo bambino lì presente, che era poi riuscito a fuggire senza vestiti. Tutte queste orribili storie sono state riportate da Al Jazeera, che ha mandato in onda un reportage sui diritti umani. In merito al primo episodio, la vittima dice che altre cinque donne, che facevano parte dell’esercito governativo, avevano rapinato lei ed altre quattro madri di famiglia dopo gli episodi di stupro.

Bambini soldato

Il Sudan del Sud ha ottenuto l’indipendenza dal resto del paese nel 2011, ma da allora vive una condizione assai turbolenta. La guerra civile è scoppiata nel 2013, quando il presidente Salva Kiir Mayardit aveva denunciato un fallito colpo di stato orchestrato dal suo vice Riek Machar. Una tregua è stata firmata tra le parti coinvolte nel 2015, ma dopo neanche un anno si è ripiombati nel caos. Non mancano nemmeno casi in cui si è assistito al triste episodio dei bambini soldato. Diverse associazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International, hanno dichiarato che le truppe di entrambi gli schieramenti, i Dinka ed i Nuer, si sono resi responsabili di violenze. I rapporti precedenti da parte di Amnesty hanno parlato in particolare di episodi allucinanti riguardo a svariate violenze sessuali: si fa riferimento a stupri singoli e di gruppo, schiavitù sessuale, mutilazioni di genitali, torture, castrazione e nudità forzata.

Casi orribili

Una donna, identificata col nome di Sara, parla di come sua madre di 60 anni era stata violentata da tre soldati mentre cercava del cibo per la sua famiglia. Invece Sofia, una 29enne madre di tre bambini, era stata rapita dal suo paese per essere tenuta in schiavitù sessuale per un mese con altre cinque ragazze: “I ribelli ci avevano attaccato di notte, scegliendo selettivamente le loro vittime. Avevo detto loro di essere una vedova con tre figli, ma a loro non è importato affatto”. Secondo Amnisty le violenze sessuali perpetrare da entrambe le parti vengono compiute in maniera premeditata, ma un portavoce del governo ha negato titto sempre ad Al Jazeera, ribadendo che i soldati che si sono macchiati di simili comportamenti sono stati puniti, pur ammettendo che alcuni casi potrebbero invece non avere conseguenze.

S.L.

Articolo originale su Direttanews.it

Morte in Erasmus: arriva la nuova archiviazione per l’autista del bus

Le sette ragazze Erasmus morte a Tarragona

Rischia di restare impunita la vicenda delle sette ragazze italiane del ‘progetto Erasmus’ morte il 20 marzo 2016 in un incidente stradale a Tarragona, in Spagna. Già nei mesi scorsi, polemiche c’erano state per il rimborso che una compagnia assicuratrice aveva previsto per le famiglie. Ora viene archiviata – peraltro per la seconda volta – l’inchiesta contro l’autista del bus. “Non ci sono prove” che vi siano responsabilità soggettive dell’uomo nella tragedia, stando a sentire i giudici spagnoli.

Una decisione che manda su tutte le furie i familiari delle sette ragazze, che ora lanciano un deciso appello: “Non mandate i figli in Spagna”. Anna Bedin, la mamma di Elisa Valent, dopo aver ricevuto dal legale spagnolo delle famiglie la notizia dell’archiviazione ha commentato: “Siamo allibiti e senza parole. Ci attendevamo la comunicazione di una data del processo e invece ci è caduta questa tegola. Non capiamo assolutamente la decisione”. La donna ha annunciato un nuovo ricorso e ha ribadito: “Al momento non sappiamo ancora quali siano le ragioni. È incomprensibile visti gli indizi che ci sono e visto che non sono ancora terminati tutti gli atti investigativi, le indagini”.

Alessandro Saracino, padre di Serena, un’altra delle ragazze rimaste uccise, ha commentato la notizia con un po’ di amaro sarcasmo: “Consiglio ai genitori di non mandare i propri figli in Spagna e ai turisti di scegliere un’altra meta per i propri viaggi. Perché sembra che nessuno sia responsabile di ciò che accade sulle loro strade”. Già a dicembre il Gip incaricato del caso aveva archiviato l’inchiesta, perché l’autista non avrebbe avuto “alcuna responsabilità così grave da essere punita penalmente”. Paolo Bonello, papà di Francesca, aveva commentato allibito: “Non è stata una tragedia casuale, ma nata da un viaggio organizzato in modo demenziale, perché imponeva una tabella di marcia massacrante: in 24 ore lo stesso conducente doveva guidare per 350 km all’andata e 350 km al ritorno”. Era poi arrivata una nuova inchiesta e nelle scorse ore la nuova doccia fredda.

GM

Articolo precedenteSchianto a pochi chilometri da San Severo: muore giovanissimo

Articolo originale su Direttanews.it

Londra, due aerei si sovrappongono in fase di atterraggio

(Websource/dailymail.co.uk)

Nei cieli del Surrey, in Inghilterra, è stata scattata una foto che ritrae due aerei di linea pericolosamente vicini durante la fase di atterraggio. A bordo di entrambi c’erano centinaia di persone e ad un certo punto i due grossi mezzi sembrano addirittura incrociarsi, per un particolare gioco di prospettiva. A catturare l’immagine è stato il 70enne Chris Hine, che in quel momento se ne stava tranquillamente nel giardino di casa sua a Byfleet. L’uomo, un ingegnere ormai in pensione, ha affermato in proposito: “Spesso me ne sto seduto ad ammirare gli aerei in cielo che attendono di atterrare a Heathrow. Stavolta però la mia attenzione è stata catturata da due velivoli che volavano troppo vicino l’uno all’altro. La cosa mi ha incuriosito molto, al punto da spingermi a prendere la mia fotocamera. Ho subito riconosciuto gli aerei: uno era un Virgin Atlantic A340 mentre l’altro un British Airways 787 Dreamliner. Hanno volato in cerchio in attesa di riceve il permesso per scendere a terra, finendo però col trovarsi uno di sopra e l’altro di sotto. Il tutto è durato per pochi secondi, ma è una scena che ha fermato il mio cuore ed immagino anche quello dei passeggeri a bordo. Considerate che tutti e due gli aerei hanno una estensione in larghezza di circa 60 metri. Ad un certo punto veramente era come se ce ne fosse uno solo”.

Nessun rischio

Il Virgin Atlantic può trasportare fino a 311 passeggeri, mentre il Dreamliner ha una capienza massima di 214. Entrambi gli aerei sono principalmente utilizzati per delle transvolate sull’Atlantico. La foto è stata scattata lo scorso 15 agosto alle ore 15:00. Hine aggiunge: “La velocità media di un aereo come questi due è di circa 288 km/h, considerando quanto accaduto potete farvi un’idea di come la sicurezza anche in volo possa migliorare.”. Getta acqua sul fuoco John Hutchinson, consulente aeronautico che si dice convinto che lo spazio fra i due aerei fosse di mille metri: “Ci sono dei sistemi di allarme che garantiscono l’assoluta impossibilità di collisioni, in più il traffico aereo è tenuto sotto stretta osservazione. Risulta altamente improbabile che ci sia stato il rischio di un incidente”. Lo stesso governo inglese ha affermato che c’è la costruzione di una terza pista all’aeroporto londinese di Heathrow in futuro, nonostante la feroce opposizione di diverse associazioni animaliste nonché dei residenti locali. Anche un portavoce di Virgin Atlantic ha affermato che gli aerei coinvolti erano separati da una distanza di sicurezza stimata in almeno 1500 metri. Nel 2014 si sono verificati altri 150 casi come questo nei soli cieli d’Europa.

S.L.

TUTTE LE NEWS DI OGGI
[embedded content]

Articolo precedenteBimba sbranata dai cani: indagato il nonno

Articolo originale su Direttanews.it

Abbandona il figlio per andare in vacanza. Al suo ritorno la tragedia

(Archivio/Websource)

Ora dovrà scontare dieci anni di carcere per omicidio. Autrice del gesto una giovane madre diciassettenne di Rostov, in Russia, colpevole di aver abbandonato suo figlio di nove mesi solo a casa per trascorrere la propria vacanza di una settimana senza di lui e in compagnia degli amici.
Il piccolo, senza la sua mamma, non ce l’ha fatta e ha perso la vita.
La giovane viveva con il bambino e il marito. Quest’ultimo è dovuto però partire per il servizio militare e la ragazza ha dovuto imparare a cavarsela da sola. Ma per lei non è stato facile, soprattutto rinunciare alla propria vita da adolescente.
Così, quando si è trattato di trascorrere una vacanza con gli amici, Viktoria Kuznetsova, questo il nome della giovane, non ci ha pensato due volte e ha abbandonato da solo il suo neonato a casa, lasciando che morisse.
Durante la vacanza la giovane ha continuato ad aggiornare il suo profilo sui social network, diffondendo l’informazione che il piccolo fosse con la zia.
I vicini però, non notando movimenti attorno all’appartamento, hanno deciso allarmati di chiamare la polizia.
Gli agenti, facendo irruzione nell’appartamento, non hanno potuto che trovare così il corpo senza vita del bambino.
La giovane ha ammesso di averlo abbandonato poiché si sentiva stanca di prendersi cura di lui.

Solo pochi mesi fa a Guiyang in Cina, una madre è stata ripresa dalle telecamere a circuito chiuso mentre abbandona il proprio figlio in un parcheggio.
Poco meno di un anno fa, una donna di venticinque anni è stata arrestata per aver abbandonato il figlio di sette anni nella sua stanza d’albergo, per andare a divertirsi in discoteca durante un soggiorno sull’isola di Maiorca.
BC
[embedded content]

Articolo precedenteDai tombini esce un lago di sangue, panico tra i bambini – VIDEO

Articolo originale su Direttanews.it

Violentato a 14 anni. Su di lui si consuma la più atroce delle torture

(Archivio/Websource)

Aveva solo quattordici anni, Reynald Delia Reyes, un ragazzino filippino residente a Balasan, nella Provincia di Iloilo. Il piccolo ha perso la vita massacrato da un uomo di quarant’anni che lo aveva attirato a sé con una scusa. E dopo averlo violentato con una tale brutalità, il quarantenne gli ha tolto la vita a seguito dell’emorragia interna causatagli dai terribili abusi sessuali subiti.
Il ragazzino si trovava con alcuni amici quando l’uomo lo ha convinto a seguirlo, conducendolo così in un’area buia e deserta dove ha potuto compiere indisturbato l’abuso su di lui.
La causa dell’emorragia generata all’interno del corpo del giovane sarebbe stata un bastone che il quarantenne avrebbe introdotto nel retto del ragazzo provocandogli in tal modo gravi lesioni interne. Le ferite hanno così originato copiose perdite di sangue che si sono rivelate fatali per l’adolescente.
Lasciando il giovane agonizzante a terra, l’uomo, a seguito dell’abuso, è fuggito via.

A sporgere denuncia, in seguito alla sua scomparsa, erano stati gli amici del ragazzo, allarmati dal fatto di non vederlo tornare. Le autorità hanno reperito così il cadavere del ragazzino e grazie alle segnalazioni degli amichetti che erano con lui la sera della scomparsa, sono riusciti a risalire anche all’identità di Raden Gonzales, autore del terribile gesto, ora in manette.
L’uomo ha dichiarato di non ricordare nulla della violenza perché sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. La detenzione di droga potrebbe essere ora un aggravio alla sua situazione.

Solo pochi giorni fa un altro minore è stato vittima di abusi. La vicenda ha avuto luogo a Terracina, dove un cinquantenne del posto ha abusato di una ragazzina.
Un altro gravissimo caso è quello avvenuto il giorno prima a Palermo, dove un uomo di nazionalità tunisina è stato fermato dalla polizia con l’accusa di atti sessuali nei confronti di una bambina di appena undici anni.
BC

(Archivio/Websource)

[embedded content]

Articolo precedenteCina, falso veterinario taglia le corde vocali ai cani per strada

Articolo originale su Direttanews.it

Cina, falso veterinario taglia le corde vocali ai cani per strada

(Websource/archivio)

Un uomo della provincia del Sichuan, in Cina, andava in giro per compiere una cosa mai vista prima. Questo individuo esercitava la professione di veterinario in maniera abusiva, non essendo minimamente qualificato per procedere. Eppure si guadagnava da vivere recidendo le corde vocali dei cani troppo rumorosi. L’improvvisato professionista agiva su commissione, intervendo laddove partiva una segnalazione. In una delle sue ultime ‘prodezze’ è stato anche fotografato mentre taglia le corde vocali di un malcapitato cane, cosa condotta tra l’altro senza prendere alcuna precauzione riguardo al rispetto delle norme igieniche, e per di più giusto in mezzo alla strada. Va anche detto che in Cina non c’è una legge che vieta alle persone di agire in questo modo, quindi tagliare le corde vocali di un cane o di un qualsiasi altro animale non è considerato un reato. Lo è però farlo senza avere un titolo di studio valido e se si agisce per l’appunto lungo un marciapiede, senza rispettare le regole di sicurezza. Il modus operandi del ‘medico’ consisteva nell’anestetizzare i quattrozampe per poi farli sdraiare su di un lettino portatile, senza alcuna protezione contro le cadute. Ogni operazione sarebbe durata intorno ai 5 minuti ad un modico prezzo compreso tra i 5 e gli 11 euro.

S.L.

Articolo precedenteNapoli, altro agguato di camorra: ucciso baby boss scissionista

Articolo originale su Direttanews.it

L’ex marito la manda sul lastrico, in tribunale reagisce così

(Websource/thesun.co.uk)

Una donna ha reagito in malo modo al fatto di aver perso una lunga e costosissima battaglia legale contro l’ex marito, un ricchissimo playboy proprietario di un vero impero finanziario. Gillian Turner, questo il suo nome, ha addirittura avuto bisogno del soccorso medico dopo aver saputo che non otterrà neanche un centesimo dall’ex coniuge Michael Durant. La Turner era una receptionist che poi ha ‘svoltato’ conoscendo il facoltoso uomo d’affari. Ma poi la loro unione si è rotta e lei lo ha citato in giudizio sventolando davanti alla corte degli accordi privati con Durant relativi la cessione di parte del suo patrimonio. Il giudice ha però stabilito che la richiesta della donna non poteva essere accolta e che una promessa fatta per iscritto non era sufficiente. La totale assenza di documenti ufficiali ha reso tutto più difficile, inoltre il giudice ha stabilito che è altamente improbabile che Durant abbia promesso di regalare così a cuor leggere parte della sua fortuna. La coppia ha vissuto un rapporto burrascoso dagli anni ’80 fino al 2014, nel frattempo ha avuto un figlio. La donna ha anche detto che all’inizio aveva impegnato tutti i suoi risparmi racimolati prima di conoscere il marito e che ammontavano a duecentomila dollari, per contribuire all’acquisto di una casa.

Finché giudice non vi separi

Per questo gesto, sostiene, Durant le avrebbe promesso una partecipazione del 50% nella sua società immobiliare, anche allo scopo di accontentare le sue ambizioni di carriera. La Turner ha dichiarato che l’ex marito le promise ai tempi che sarebbe stato un nuovo inizio per loro, che la amava e che si sarebbero sposati: “Ho sempre vissuto nella speranza di stare insieme per sempre. Non ero consapevole del valore delle azioni della sua società, ma nutrivo forte fiducia. Lui comprava un sacco di terreni, affittava parecchie proprietà ed aveva cominciato a costruire una serie di bungalow e ville che avrebbe venduto a cifre altissime”. Durant ha negato che si sia mai svolta una simile conversazione, dicendo che non ha mai promesso niente a nessuno. Ed il giudice gli ha dato ragione: “E’ difficile credere ad una cosa del genere senza avere nulla per iscritto, soprattutto perché il signor Durant sembra una persona molto ambiziosa e per nulla sprovveduta”. Gillian Turner è stata anche condannata a pagare le spese legali, che pare ammontino a decine di migliaia di sterline

S.L.

Articolo precedenteNoemi, il gip: “Lucio non manifesta alcun senso di colpa”

Articolo originale su Direttanews.it

“La torta per un matrimonio gay non la faccio”, e il pasticcere ne paga le conseguenze

(Archivio/Websource)

Violava le sue convinzioni religiose. Per questo Jack Phillips, sessantun anni, si era rifiutato di preparare la torta nuziale per David Mullins, un manager di trentatré anni e Charlie Craig, trentasette anni, architetto di interni, due uomini.
Jack ha una piccola pasticceria a Lakewood, in Colorado che ha chiamato Masterpiece Cakeshop e ora, per il suo gesto, comparirà di fronte alla Corte Suprema di Washington, che esaminerà il suo caso nelle prossime settimane.
Tutto iniziò cinque anni fa, quando Charlie, sua madre e David entrarono nella pasticceria  di Jack. “Sentite, vi posso vendere crostate per il compleanno, biscotti, canditi quello che volete. Ma non farò una torta per un matrimonio gay”, li aveva liquidati allora il pasticcere.
I due uomini, non potendo farlo in Colorado, dove i matrimonie gay non sono ammessi, si sposarono a Provincetown, nel Massachusetts ma citarono in tribunale Jack Phillips accusandolo di aver violato le leggi anti discriminazione.
“Le mie non sono solo torte, ma oggetti di arte sotto diversi aspetti”, così si è difeso il pasticcere. Nella Bibbia che tiene nel suo negozio “c’ è scritto che l’ unione carnale deve essere tra un uomo e una donna. Non voglio che la mia creatività, la mia arte, i miei talenti siano forzati per contribuire a un evento religioso significativo che viola le mie convinzioni religiose”, aveva dichiarato Jack.

Così il pasticcere si è appellato al primo emendamento della Costituzione: libertà di parola e rispetto di ogni fede religiosa. I tribunali non sono però finora stati d’accordo con lui. La Corte di Appello del Colorado ha stabilito che non ci fu alcuna violazione del diritto di espressione, osservando che la coppia non aveva neanche messo in discussione l’aspetto del dolce.
Phillips ha presentato istanza allora alla Corte Suprema e nelle scorse settimane l’amministrazione Trump ha invitato ufficialmente la Corte stessa ad accogliere il ricorso del pasticcere. I magistrati sono ora divisi sulla questione.
Si prospetta battaglia da parte delle associazioni per i diritti degli omosessuali.
BC
[embedded content]

Articolo originale su Direttanews.it